13 gennaio 2013 at 13:31 (...)

“Puoi venire a trovarmi quando vuoi.”
La frase, che si dice ai conoscenti
per cortesia formale, e che per uso
non si prende in senso letterale,
ebbe il suono freddo del congedo
per lei, che da sette anni
l’aveva accolto tante sere a cena
come il suo più caro, il molto amato,
lasciando in confidenza familiare
che persino schiacciasse pisolini
sul suo divano – e sempre era venuto
quando voleva, lui, senza avvertire
che all’ultim’ora, comunque certo
di essere gradito e di trovare
sigarette e cibo e agio di discorsi.
Sette anni era durata questa storia.
Il tempo che di solito si dice
impieghi un amore per morire.

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amici

13 gennaio 2013 at 12:34 (...)

Che fossero amici loro due
non era che una comoda versione,
un modo che usava lui per dire
che non la voleva nel suo letto.
In nome di questa amicizia preclusiva
lui poteva nei lunghi dopocena
raccontarle fumando rilassato
dei suoi amori, delle tenerezze,
dei dispetti, dei vezzi e dei capricci,
dei famelici baci senza pari
di qualche amata – e fingersi innocente,
negare cioè di farle male.
“Se tu – diceva – mi amassi come dici,
non saresti gelosa ma felice
di sapermi felice. Gli amici
si rallegrano gioiosi
del bene che capita agli amici.”

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la macchia

3 gennaio 2013 at 13:06 (...)

La macchia di sugo sulla maglia,
la calza sfilata sul ginocchio
– ai tempi suoi anche talvolta l’orlo
della sottoveste fuori dalla gonna –
per non dire di altre magagne
più oscure, di inguaribili vergogne
da tenere segrete, nella speranza
che nessuno le sospetti o scopra –
ecco, pensando a lui, ora pensava
che quell’uomo così misero e dappoco
che le era stato in cuore per tanti anni
non fosse stato infine che una macchia,
la fodera scucita nel cappotto,
un buco nella calza – una tenace
e oscura sua vergogna.

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un coccodrillo

27 agosto 2012 at 10:49 (...)

Ciò che vide prima di finire
furono le immagini di un sogno:
un’aquila spaesata in un pollaio
– o forse era una rondine gigante –
che non riusciva più ad alzarsi in volo.
Non ebbe tempo di pensarci sopra
per ricavarne qualche profezia,
per allarmarsi oppure per gioire,
né per scriverci sopra una poesia.
Le venne in mente solo un coccodrillo
promesso da un amico – che di certo
non glielo avrebbe scritto invece mai
bloccandosi alla frase dell’inizio
“di lei, in verità, non so che dire”.
E si svegliò. In tempo per capire
che era finita. L’ultimo pensiero
fu: “Ecco, quando sarò morta
diranno di me: ‘Ma che fortuna!
nemmeno se ne è accorta’.”

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16 febbraio 2012 at 09:35 (...)

Quanta malinconia! scrisse una volta,
chissà, pensando di avere in risposta
un sorriso, un saluto, una parola
scherzosa, un piccolo segnale
di posta ricevuta.
Ma, sapendosi amato, lui temeva
rispondendo di concedere troppo,
di vedersi sottrarre qualche cosa.
O forse non sapeva cosa dire.
Avesse avuto un cancro conclamato,
solo allora avrebbe messo in scena
il suo allarme rituale.
Ma la malinconia non è mortale.

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