Che sarebbe venuto di nascosto
le disse – come avesse l'intenzione
di fare piano, per non risvegliare
il dolore assopito nel suo pianto.
Ma era soltanto un'espressione
venutagli alle labbra come a volte
vengono in sogno o per ispirazione
versi felici ad un poeta ignaro.
Venne dunque da ladro alla sua porta,
e lei lo accolse tutta lieta in viso
e facendogli posto sul divano
gli offerse sigarette e pane e vino,
come le fosse amico.
Ma lui aveva un coltello nella tasca
- e l'usò, con mossa agile di mano,
per rubarle in un lampo il suo sorriso.
Si accorse che l'amore era finito
come quando lavorando a un libro,
correggendo, tagliando, rivedendo
l'ennesima versione martoriata,
per stanchezza una sera disse Basta!
non riuscirò mai a venirne a capo -
Ma al mattino, leggendo a mente fresca
i fogli su cui s'era disperata,
vide che non c'era da affannarsi
per cambiare più nulla:
l'opera aveva preso la sua forma
e ormai era già cosa passata.
Risparmiata dai massimi perigli
- dai tegoli dai tetti, dai cicloni,
dalla fame e le persecuzioni,
dai terremoti e dall'accattonaggio
dalla guerra e da tutti i tremori
che nemmeno si osa nominare -
del dolore seppe solo il comune
che tocca a ogni vita oltre il suo fiore.
In compenso conobbe la miseria
dei suoi limiti all'atto della prova:
non le riuscì mai di essere buona
se non entro l'errata attribuzione
di meriti da parte dei distratti
e di chi vede il bene in ogni cosa
o fraintende del tutto l'intenzione.
O solo in negativo, per accidia,
per viltà e mancanza d'ambizione,
per salvarsi dal mondo, e per oblio.
Passò gli ultimi anni in gineceo
confortata dalle visite saltuarie
delle cognate, di qualche amica,
delle poche superstiti coetanee,
e guardata dalle alterne badanti
dure della durezza della vita -
pazientemente grata dell'ansiosa
pazienza della figlia già smagrita,
accigliata, giunta sul crinale
della stagione sua dello scontento.
Niente però la consolava tanto
quanto la presenza sola maschile
del figlio di sua sorella: bastava
il suo passo e poi il respiro,
il calore del viso – benché fresco
fosse poi il tocco lieve del suo bacio -
a riempirle la stanza della voce,
del sorriso paterno dell'infanzia.
Scrisse più volte lettere d'amore,
anche in certi casi per le amiche,
e molte affettuose alle sue zie,
e innumeri verbali scrupolosi
delle riunioni o dei consigli vani
dei professori. Scrisse diari,
relazioni, appunti, anche reclami,
manifestini da mettere in bacheca,
programmi di viaggi e di intenzioni
e liste della spesa. Scrisse conti,
bollettini postali e telegrammi,
scrisse le date dei vari compleanni
e un promemoria per la Sacra Rota.
Scrisse dei versi, per lo più in cucina
tenendo d'occhio lo stufato o il sugo,
e qualche volta quasi una poesia
più sette canovacci in salsa rosa.
Poi fece pulizia, salvando solo
per il figlio e la nuora in suo ricordo
quattro quaderni fitti di ricette.
Riappariva a stagioni per le stanze
la bomboniera in rame verde azzurro
del matrimonio suo, che s'era rotto
molto presto, quasi nuovo ancora
- da tanto ormai, quasi una vita intera.
La bomboniera invece, anche se aveva
lungo gli anni perduto in graffi e rughe
la luce dello smalto, resisteva
ancora buona come ceneriera.
Più che l'amore a volte fu l'invidia
che spingeva qualcuno a frequentarla,
a starle addosso, a entrarle dentro i giorni
– e intanto a scrutarla ricercando
le debolezze, il tallone d'achille,
la piaga che, facendola soffrire,
la sminuisse rendendola ordinaria.
Fu sempre impresa facile con lei.
Glielo aveva detto sui trent'anni
una cassandra, di lei tanto più amara:
"Sei così scoperta", disse, "che chiunque
riuscirebbe, volendo, a farti male".
Ma perché mai avrebbe uno voluto
così, senza ragione, farle male?
Dell'invidia, credendosi dappoco,
non teneva alcun conto: non pensava
che fosse così stretta ed innestata
con l'amicizia, non se n'era accorta
- e sorrideva di quella profezia
che, come sempre, valse solo dopo,
a decifrare – non senza, affermava,
del piacere intellettuale – le linee
d'un racconto già iscritto nel passato.
(dietro suggestione di René Girard)
Le avevano insegnato da bambina
che è bene saper prendere congedo
un po' prima che l'ospite sia stanco
e veda la partenza con sollievo.
Così pure dicevano che occorre
alzarsi dalla tavola non sazi
ma con un poco di appetito ancora.
Ma quando si trattò poi dell'amore,
si dimostrò una pessima scolara:
non seppe mai concludere una storia
in tempo, prima ch'entrasse in agonia.
Spesso persino dopo si ostinava
nella respirazione bocca a bocca
e, benché avesse gli occhi per vedere,
in manovre cardiache senza senso
sopra un corpo già freddo – una carogna
in stato ormai di decomposizione.
"Ah, dimmi, amore mio, dove l'hai appresa
questa tua arte? È così raffinata
che oltre al talento richiede un esercizio
di grande devozione quotidiana,
come il violino o la danza
e ogni arte sovrana che giunga a tale
perfezione da apparire priva di artifizio.
Lascia che te lo dica, io, che di arte,
come sai, m'intendo più che ognuno:
tu sei nata per questo – usi la lingua
in modo sì sapiente e con un ritmo
così sinuoso, variato, serpentino -
e le dolci infrazioni – un godimento
di poesia pura. Sublime sei. Divina",
le diceva l'amante, un critico di fama,
seguendo le volute del suo fumo,
la schiena abbandonata sul divano
scomposto ancora dopo l'atto impuro.
E lei, che passava la più parte
dei suoi giorni a imbrattare di grafia
infiniti quaderni e sparsi fogli,
se ne gloriava, proprio come, o quasi,
se le avesse parlato di scrittura.
Due giorni prima di morire
finiva il novantesimo suo anno.
E venne il marito in ospedale
con un fascio di rose e le carezze
di parole d’amore ora più vere
d’ogni altra detta lungo settant’anni.
E misero le figlie su il CD
di Fascination, e là in mezzo alla stanza,
ballarono col padre come in sogno,
belle, piene di grazia – e lei felice
fu ancora quasi come un tempo
o forse molto più.
